E se di voi alcun nel mondo riede,
conforti la memoria mia, che giace
ancor del colpo che 'nvidia le diede>>.
conforti la memoria mia, che giace
ancor del colpo che 'nvidia le diede>>.
Dante - La Divina Commedia
Cred' io ch'ei credette ch'io credesse
che tante voci uscisser, tra quei bronchi,
da gente che per noi si nascondesse.
Pero disse 'l maestro: <<Se tu tronchi
qualche fraschetta d'una d'este piante,
li pensier c'hai si faran tutti monchi>>.
Allor porsi la mano un poco avante
e colsi un ramicel da un gran pruno;
e 'l tronco suo grido: <<Perche mi schiante? >>.
Da che fatto fu poi di sangue bruno,
ricomincio a dir: <<Perche mi scerpi?
non hai tu spirto di pietade alcuno?
Uomini fummo, e or siam fatti sterpi:
ben dovrebb' esser la tua man piu pia,
se state fossimo anime di serpi>>.
Come d'un stizzo verde ch'arso sia
da l'un de' capi, che da l'altro geme
e cigola per vento che va via,
si de la scheggia rotta usciva insieme
parole e sangue; ond' io lasciai la cima
cadere, e stetti come l'uom che teme.
<<S'elli avesse potuto creder prima>>,
rispuose 'l savio mio, <<anima lesa,
cio c'ha veduto pur con la mia rima,
non averebbe in te la man distesa;
ma la cosa incredibile mi fece
indurlo ad ovra ch'a me stesso pesa.
Ma dilli chi tu fosti, si che 'n vece
d'alcun' ammenda tua fama rinfreschi
nel mondo su, dove tornar li lece>>.
E 'l tronco: <<Si col dolce dir m'adeschi,
ch'i' non posso tacere; e voi non gravi
perch' io un poco a ragionar m'inveschi.
Io son colui che tenni ambo le chiavi
del cor di Federigo, e che le volsi,
serrando e diserrando, si soavi,
che dal secreto suo quasi ogn' uom tolsi;
fede portai al glorioso offizio,
tanto ch'i' ne perde' li sonni e ' polsi.
La meretrice che mai da l'ospizio
di Cesare non torse li occhi putti,
morte comune e de le corti vizio,
infiammo contra me li animi tutti;
e li 'nfiammati infiammar si Augusto,
che ' lieti onor tornaro in tristi lutti.
L'animo mio, per disdegnoso gusto,
credendo col morir fuggir disdegno,
ingiusto fece me contra me giusto.
Per le nove radici d'esto legno
vi giuro che gia mai non ruppi fede
al mio segnor, che fu d'onor si degno.
E se di voi alcun nel mondo riede,
conforti la memoria mia, che giace
ancor del colpo che 'nvidia le diede>>.
Un poco attese, e poi <<Da ch'el si tace>>,
disse 'l poeta a me, <<non perder l'ora;
ma parla, e chiedi a lui, se piu ti piace>>.
Ond' io a lui: <<Domandal tu ancora
di quel che credi ch'a me satisfaccia;
ch'i' non potrei, tanta pieta m'accora>>.
Percio ricomincio: <<Se l'om ti faccia
liberamente cio che 'l tuo dir priega,
spirito incarcerato, ancor ti piaccia
di dirne come l'anima si lega
in questi nocchi; e dinne, se tu puoi,
s'alcuna mai di tai membra si spiega>>.
Allor soffio il tronco forte, e poi
si converti quel vento in cotal voce:
<<Brievemente sara risposto a voi.
Quando si parte l'anima feroce
dal corpo ond' ella stessa s'e disvelta,
Minos la manda a la settima foce.
Cade in la selva, e non l'e parte scelta;
ma la dove fortuna la balestra,
quivi germoglia come gran di spelta.
Surge in vermena e in pianta silvestra:
l'Arpie, pascendo poi de le sue foglie,
fanno dolore, e al dolor fenestra.
Come l'altre verrem per nostre spoglie,
ma non pero ch'alcuna sen rivesta,
che non e giusto aver cio ch'om si toglie.
Qui le strascineremo, e per la mesta
selva saranno i nostri corpi appesi,
ciascuno al prun de l'ombra sua molesta>>.
Noi eravamo ancora al tronco attesi,
credendo ch'altro ne volesse dire,
quando noi fummo d'un romor sorpresi,
similemente a colui che venire
sente 'l porco e la caccia a la sua posta,
ch'ode le bestie, e le frasche stormire.
Ed ecco due da la sinistra costa,
nudi e graffiati, fuggendo si forte,
che de la selva rompieno ogne rosta.
Quel dinanzi: <<Or accorri, accorri, morte! >>.
E l'altro, cui pareva tardar troppo,
gridava: <<Lano, si non furo accorte
le gambe tue a le giostre dal Toppo! >>.