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rispuose il duca mio, <
che le Muse lattar piu ch'altri mai,
nel primo cinghio del carcere cieco;
spesse fiate ragioniam del monte
che sempre ha le nutrice nostre seco.
rispuose il duca mio, <
nel primo cinghio del carcere cieco;
spesse fiate ragioniam del monte
che sempre ha le nutrice nostre seco.
Dante - La Divina Commedia
E se non fosse ch'io drizzai mia cura,
quand' io intesi la dove tu chiame,
crucciato quasi a l'umana natura:
'Per che non reggi tu, o sacra fame
de l'oro, l'appetito de' mortali? ',
voltando sentirei le giostre grame.
Allor m'accorsi che troppo aprir l'ali
potean le mani a spendere, e pente'mi
cosi di quel come de li altri mali.
Quanti risurgeran coi crini scemi
per ignoranza, che di questa pecca
toglie 'l penter vivendo e ne li stremi!
E sappie che la colpa che rimbecca
per dritta opposizione alcun peccato,
con esso insieme qui suo verde secca;
pero, s'io son tra quella gente stato
che piange l'avarizia, per purgarmi,
per lo contrario suo m'e incontrato>>.
<<Or quando tu cantasti le crude armi
de la doppia trestizia di Giocasta>>,
disse 'l cantor de' buccolici carmi,
<<per quello che Clio teco li tasta,
non par che ti facesse ancor fedele
la fede, sanza qual ben far non basta.
Se cosi e, qual sole o quai candele
ti stenebraron si, che tu drizzasti
poscia di retro al pescator le vele? >>.
Ed elli a lui: <<Tu prima m'inviasti
verso Parnaso a ber ne le sue grotte,
e prima appresso Dio m'alluminasti.
Facesti come quei che va di notte,
che porta il lume dietro e se non giova,
ma dopo se fa le persone dotte,
quando dicesti: 'Secol si rinova;
torna giustizia e primo tempo umano,
e progenie scende da ciel nova'.
Per te poeta fui, per te cristiano:
ma perche veggi mei cio ch'io disegno,
a colorare stendero la mano.
Gia era 'l mondo tutto quanto pregno
de la vera credenza, seminata
per li messaggi de l'etterno regno;
e la parola tua sopra toccata
si consonava a' nuovi predicanti;
ond' io a visitarli presi usata.
Vennermi poi parendo tanto santi,
che, quando Domizian li perseguette,
sanza mio lagrimar non fur lor pianti;
e mentre che di la per me si stette,
io li sovvenni, e i lor dritti costumi
fer dispregiare a me tutte altre sette.
E pria ch'io conducessi i Greci a' fiumi
di Tebe poetando, ebb' io battesmo;
ma per paura chiuso cristian fu'mi,
lungamente mostrando paganesmo;
e questa tepidezza il quarto cerchio
cerchiar mi fe piu che 'l quarto centesmo.
Tu dunque, che levato hai il coperchio
che m'ascondeva quanto bene io dico,
mentre che del salire avem soverchio,
dimmi dov' e Terrenzio nostro antico,
Cecilio e Plauto e Varro, se lo sai:
dimmi se son dannati, e in qual vico>>.
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rispuose il duca mio, <
nel primo cinghio del carcere cieco;
spesse fiate ragioniam del monte
che sempre ha le nutrice nostre seco.
Euripide v'e nosco e Antifonte,
Simonide, Agatone e altri piue
Greci che gia di lauro ornar la fronte.
Quivi si veggion de le genti tue
Antigone, Deifile e Argia,
e Ismene si trista come fue.
Vedeisi quella che mostro Langia;
evvi la figlia di Tiresia, e Teti,
e con le suore sue Deidamia>>.
Tacevansi ambedue gia li poeti,
di novo attenti a riguardar dintorno,
liberi da saliri e da pareti;
e gia le quattro ancelle eran del giorno
rimase a dietro, e la quinta era al temo,
drizzando pur in su l'ardente corno,
quando il mio duca: <<Io credo ch'a lo stremo
le destre spalle volger ne convegna,
girando il monte come far solemo>>.
Cosi l'usanza fu li nostra insegna,
e prendemmo la via con men sospetto
per l'assentir di quell' anima degna.
Elli givan dinanzi, e io soletto
di retro, e ascoltava i lor sermoni,
ch'a poetar mi davano intelletto.
Ma tosto ruppe le dolci ragioni
un alber che trovammo in mezza strada,
con pomi a odorar soavi e buoni;
e come abete in alto si digrada
di ramo in ramo, cosi quello in giuso,
cred' io, perche persona su non vada.
Dal lato onde 'l cammin nostro era chiuso,
cadea de l'alta roccia un liquor chiaro
e si spandeva per le foglie suso.
Li due poeti a l'alber s'appressaro;
e una voce per entro le fronde
grido: <<Di questo cibo avrete caro>>.
Poi disse: <<Piu pensava Maria onde
fosser le nozze orrevoli e intere,
ch'a la sua bocca, ch'or per voi risponde.
E le Romane antiche, per lor bere,
contente furon d'acqua; e Daniello
dispregio cibo e acquisto savere.
Lo secol primo, quant' oro fu bello,
fe savorose con fame le ghiande,
e nettare con sete ogne ruscello.
Mele e locuste furon le vivande
che nodriro il Batista nel diserto;
per ch'elli e glorioso e tanto grande
quanto per lo Vangelio v'e aperto>>.
Purgatorio ? Canto XXIII
Mentre che li occhi per la fronda verde
ficcava io si come far suole
chi dietro a li uccellin sua vita perde,
lo piu che padre mi dicea: <<Figliuole,
vienne oramai, che 'l tempo che n'e imposto
piu utilmente compartir si vuole>>.