Mentr' io la giu
fisamente
mirava,
lo duca mio, dicendo <
Gia fuor le genti sue dentro piu spesse,
prima che la mattia da Casalodi
da Pinamonte inganno ricevesse.
Pero t'assenno che, se tu mai odi
originar la mia terra altrimenti,
la verita nulla menzogna frodi>>.
E io: <<Maestro, i tuoi ragionamenti
mi son si certi e prendon si mia fede,
che li altri mi sarien carboni spenti.
Ma dimmi, de la gente che procede,
se tu ne vedi alcun degno di nota;
che solo a cio la mia mente rifiede>>.
Allor mi disse: <<Quel che da la gota
porge la barba in su le spalle brune,
fu--quando Grecia fu di maschi vota,
si ch'a pena rimaser per le cune--
augure, e diede 'l punto con Calcanta
in Aulide a tagliar la prima fune.
Euripilo ebbe nome, e cosi 'l canta
l'alta mia tragedia in alcun loco:
ben lo sai tu che la sai tutta quanta.
Quell' altro che ne' fianchi e cosi poco,
Michele Scotto fu, che veramente
de le magiche frode seppe 'l gioco.
Vedi Guido Bonatti; vedi Asdente,
ch'avere inteso al cuoio e a lo spago
ora vorrebbe, ma tardi si pente.
Vedi le triste che lasciaron l'ago,
la spuola e 'l fuso, e fecersi 'ndivine;
fecer malie con erbe e con imago.
Ma vienne omai, che gia tiene 'l confine
d'amendue li emisperi e tocca l'onda
sotto Sobilia Caino e le spine;
e gia iernotte fu la luna tonda:
ben ten de' ricordar, che non ti nocque
alcuna volta per la selva fonda>>.
Si mi parlava, e andavamo introcque.
Inferno ? Canto XXI
Cosi di ponte in ponte, altro parlando
che la mia comedia cantar non cura,
venimmo; e tenavamo 'l colmo, quando
restammo per veder l'altra fessura
di Malebolge e li altri pianti vani;
e vidila mirabilmente oscura.
Quale ne l'arzana de' Viniziani
bolle l'inverno la tenace pece
a rimpalmare i legni lor non sani,
che navicar non ponno--in quella vece
chi fa suo legno novo e chi ristoppa
le coste a quel che piu viaggi fece;
chi ribatte da proda e chi da poppa;
altri fa remi e altri volge sarte;
chi terzeruolo e artimon rintoppa--:
tal, non per foco ma per divin' arte,
bollia la giuso una pegola spessa,
che 'nviscava la ripa d'ogne parte.
I' vedea lei, ma non vedea in essa
mai che le bolle che 'l bollor levava,
e gonfiar tutta, e riseder compressa.
Mentr' io la giu fisamente mirava,
lo duca mio, dicendo <
>>,
mi trasse a se del loco dov' io stava.
Allor mi volsi come l'uom cui tarda
di veder quel che li convien fuggire
e cui paura subita sgagliarda,
che, per veder, non indugia 'l partire:
e vidi dietro a noi un diavol nero
correndo su per lo scoglio venire.
Ahi quant' elli era ne l'aspetto fero!
e quanto mi parea ne l'atto acerbo,
con l'ali aperte e sovra i pie leggero!
L'omero suo, ch'era aguto e superbo,
carcava un peccator con ambo l'anche,
e quei tenea de' pie ghermito 'l nerbo.
Del nostro ponte disse: <<O Malebranche,
ecco un de li anzian di Santa Zita!
Mettetel sotto, ch'i' torno per anche
a quella terra, che n'e ben fornita:
ogn' uom v'e barattier, fuor che Bonturo;
del no, per li denar, vi si fa ita>>.
La giu 'l butto, e per lo scoglio duro
si volse; e mai non fu mastino sciolto
con tanta fretta a seguitar lo furo.
Quel s'attuffo, e torno su convolto;
ma i demon che del ponte avean coperchio,
gridar: <<Qui non ha loco il Santo Volto!
qui si nuota altrimenti che nel Serchio!
Pero, se tu non vuo' di nostri graffi,
non far sopra la pegola soverchio>>.
Poi l'addentar con piu di cento raffi,
disser: <<Coverto convien che qui balli,
si che, se puoi, nascosamente accaffi>>.
Non altrimenti i cuoci a' lor vassalli
fanno attuffare in mezzo la caldaia
la carne con li uncin, perche non galli.
Lo buon maestro <<Accio che non si paia
che tu ci sia>>, mi disse, <<giu t'acquatta
dopo uno scheggio, ch'alcun schermo t'aia;
e per nulla offension che mi sia fatta,
non temer tu, ch'i' ho le cose conte,
perch' altra volta fui a tal baratta>>.
Poscia passo di la dal co del ponte;
e com' el giunse in su la ripa sesta,
mestier li fu d'aver sicura fronte.
lo duca mio, dicendo <
Dante - La Divina Commedia
Gia fuor le genti sue dentro piu spesse,
prima che la mattia da Casalodi
da Pinamonte inganno ricevesse.
Pero t'assenno che, se tu mai odi
originar la mia terra altrimenti,
la verita nulla menzogna frodi>>.
E io: <<Maestro, i tuoi ragionamenti
mi son si certi e prendon si mia fede,
che li altri mi sarien carboni spenti.
Ma dimmi, de la gente che procede,
se tu ne vedi alcun degno di nota;
che solo a cio la mia mente rifiede>>.
Allor mi disse: <<Quel che da la gota
porge la barba in su le spalle brune,
fu--quando Grecia fu di maschi vota,
si ch'a pena rimaser per le cune--
augure, e diede 'l punto con Calcanta
in Aulide a tagliar la prima fune.
Euripilo ebbe nome, e cosi 'l canta
l'alta mia tragedia in alcun loco:
ben lo sai tu che la sai tutta quanta.
Quell' altro che ne' fianchi e cosi poco,
Michele Scotto fu, che veramente
de le magiche frode seppe 'l gioco.
Vedi Guido Bonatti; vedi Asdente,
ch'avere inteso al cuoio e a lo spago
ora vorrebbe, ma tardi si pente.
Vedi le triste che lasciaron l'ago,
la spuola e 'l fuso, e fecersi 'ndivine;
fecer malie con erbe e con imago.
Ma vienne omai, che gia tiene 'l confine
d'amendue li emisperi e tocca l'onda
sotto Sobilia Caino e le spine;
e gia iernotte fu la luna tonda:
ben ten de' ricordar, che non ti nocque
alcuna volta per la selva fonda>>.
Si mi parlava, e andavamo introcque.
Inferno ? Canto XXI
Cosi di ponte in ponte, altro parlando
che la mia comedia cantar non cura,
venimmo; e tenavamo 'l colmo, quando
restammo per veder l'altra fessura
di Malebolge e li altri pianti vani;
e vidila mirabilmente oscura.
Quale ne l'arzana de' Viniziani
bolle l'inverno la tenace pece
a rimpalmare i legni lor non sani,
che navicar non ponno--in quella vece
chi fa suo legno novo e chi ristoppa
le coste a quel che piu viaggi fece;
chi ribatte da proda e chi da poppa;
altri fa remi e altri volge sarte;
chi terzeruolo e artimon rintoppa--:
tal, non per foco ma per divin' arte,
bollia la giuso una pegola spessa,
che 'nviscava la ripa d'ogne parte.
I' vedea lei, ma non vedea in essa
mai che le bolle che 'l bollor levava,
e gonfiar tutta, e riseder compressa.
Mentr' io la giu fisamente mirava,
lo duca mio, dicendo <
mi trasse a se del loco dov' io stava.
Allor mi volsi come l'uom cui tarda
di veder quel che li convien fuggire
e cui paura subita sgagliarda,
che, per veder, non indugia 'l partire:
e vidi dietro a noi un diavol nero
correndo su per lo scoglio venire.
Ahi quant' elli era ne l'aspetto fero!
e quanto mi parea ne l'atto acerbo,
con l'ali aperte e sovra i pie leggero!
L'omero suo, ch'era aguto e superbo,
carcava un peccator con ambo l'anche,
e quei tenea de' pie ghermito 'l nerbo.
Del nostro ponte disse: <<O Malebranche,
ecco un de li anzian di Santa Zita!
Mettetel sotto, ch'i' torno per anche
a quella terra, che n'e ben fornita:
ogn' uom v'e barattier, fuor che Bonturo;
del no, per li denar, vi si fa ita>>.
La giu 'l butto, e per lo scoglio duro
si volse; e mai non fu mastino sciolto
con tanta fretta a seguitar lo furo.
Quel s'attuffo, e torno su convolto;
ma i demon che del ponte avean coperchio,
gridar: <<Qui non ha loco il Santo Volto!
qui si nuota altrimenti che nel Serchio!
Pero, se tu non vuo' di nostri graffi,
non far sopra la pegola soverchio>>.
Poi l'addentar con piu di cento raffi,
disser: <<Coverto convien che qui balli,
si che, se puoi, nascosamente accaffi>>.
Non altrimenti i cuoci a' lor vassalli
fanno attuffare in mezzo la caldaia
la carne con li uncin, perche non galli.
Lo buon maestro <<Accio che non si paia
che tu ci sia>>, mi disse, <<giu t'acquatta
dopo uno scheggio, ch'alcun schermo t'aia;
e per nulla offension che mi sia fatta,
non temer tu, ch'i' ho le cose conte,
perch' altra volta fui a tal baratta>>.
Poscia passo di la dal co del ponte;
e com' el giunse in su la ripa sesta,
mestier li fu d'aver sicura fronte.