Credette
Cimabue ne la pittura
tener lo campo, e ora ha Giotto il grido,
si che la fama di colui e scura.
tener lo campo, e ora ha Giotto il grido,
si che la fama di colui e scura.
Dante - La Divina Commedia
Le lor parole, che rendero a queste
che dette avea colui cu' io seguiva,
non fur da cui venisser manifeste;
ma fu detto: <<A man destra per la riva
con noi venite, e troverete il passo
possibile a salir persona viva.
E s'io non fossi impedito dal sasso
che la cervice mia superba doma,
onde portar convienmi il viso basso,
cotesti, ch'ancor vive e non si noma,
guardere' io, per veder s'i' 'l conosco,
e per farlo pietoso a questa soma.
Io fui latino e nato d'un gran Tosco:
Guiglielmo Aldobrandesco fu mio padre;
non so se 'l nome suo gia mai fu vosco.
L'antico sangue e l'opere leggiadre
d'i miei maggior mi fer si arrogante,
che, non pensando a la comune madre,
ogn' uomo ebbi in despetto tanto avante,
ch'io ne mori', come i Sanesi sanno,
e sallo in Campagnatico ogne fante.
Io sono Omberto; e non pur a me danno
superbia fa, che tutti miei consorti
ha ella tratti seco nel malanno.
E qui convien ch'io questo peso porti
per lei, tanto che a Dio si sodisfaccia,
poi ch'io nol fe' tra ' vivi, qui tra ' morti>>.
Ascoltando chinai in giu la faccia;
e un di lor, non questi che parlava,
si torse sotto il peso che li 'mpaccia,
e videmi e conobbemi e chiamava,
tenendo li occhi con fatica fisi
a me che tutto chin con loro andava.
<<Oh! >>, diss' io lui, <<non se' tu Oderisi,
l'onor d'Agobbio e l'onor di quell' arte
ch'alluminar chiamata e in Parisi? >>.
<<Frate>>, diss' elli, <<piu ridon le carte
che pennelleggia Franco Bolognese;
l'onore e tutto or suo, e mio in parte.
Ben non sare' io stato si cortese
mentre ch'io vissi, per lo gran disio
de l'eccellenza ove mio core intese.
Di tal superbia qui si paga il fio;
e ancor non sarei qui, se non fosse
che, possendo peccar, mi volsi a Dio.
Oh vana gloria de l'umane posse!
com' poco verde in su la cima dura,
se non e giunta da l'etati grosse!
Credette Cimabue ne la pittura
tener lo campo, e ora ha Giotto il grido,
si che la fama di colui e scura.
Cosi ha tolto l'uno a l'altro Guido
la gloria de la lingua; e forse e nato
chi l'uno e l'altro caccera del nido.
Non e il mondan romore altro ch'un fiato
di vento, ch'or vien quinci e or vien quindi,
e muta nome perche muta lato.
Che voce avrai tu piu, se vecchia scindi
da te la carne, che se fossi morto
anzi che tu lasciassi il 'pappo' e 'l 'dindi',
pria che passin mill' anni? ch'e piu corto
spazio a l'etterno, ch'un muover di ciglia
al cerchio che piu tardi in cielo e torto.
Colui che del cammin si poco piglia
dinanzi a me, Toscana sono tutta;
e ora a pena in Siena sen pispiglia,
ond' era sire quando fu distrutta
la rabbia fiorentina, che superba
fu a quel tempo si com' ora e putta.
La vostra nominanza e color d'erba,
che viene e va, e quei la discolora
per cui ella esce de la terra acerba>>.
E io a lui: <<Tuo vero dir m'incora
bona umilta, e gran tumor m'appiani;
ma chi e quei di cui tu parlavi ora? >>.
<<Quelli e>>, rispuose, <<Provenzan Salvani;
ed e qui perche fu presuntuoso
a recar Siena tutta a le sue mani.
Ito e cosi e va, sanza riposo,
poi che mori; cotal moneta rende
a sodisfar chi e di la troppo oso>>.
E io: <<Se quello spirito ch'attende,
pria che si penta, l'orlo de la vita,
qua giu dimora e qua su non ascende,
se buona orazion lui non aita,
prima che passi tempo quanto visse,
come fu la venuta lui largita? >>.
<<Quando vivea piu glorioso>>, disse,
<<liberamente nel Campo di Siena,
ogne vergogna diposta, s'affisse;
e li, per trar l'amico suo di pena,
ch'e' sostenea ne la prigion di Carlo,
si condusse a tremar per ogne vena.
Piu non diro, e scuro so che parlo;
ma poco tempo andra, che ' tuoi vicini
faranno si che tu potrai chiosarlo.
Quest' opera li tolse quei confini>>.