Li veggio d'ogne parte farsi presta
ciascun' ombra e basciarsi una con una
sanza restar, contente a brieve festa;
cosi per entro loro schiera bruna
s'ammusa l'una con l'altra formica,
forse a spiar lor via e lor fortuna.
ciascun' ombra e basciarsi una con una
sanza restar, contente a brieve festa;
cosi per entro loro schiera bruna
s'ammusa l'una con l'altra formica,
forse a spiar lor via e lor fortuna.
Dante - La Divina Commedia
E gia venuto a l'ultima tortura
s'era per noi, e volto a la man destra,
ed eravamo attenti ad altra cura.
Quivi la ripa fiamma in fuor balestra,
e la cornice spira fiato in suso
che la reflette e via da lei sequestra;
ond' ir ne convenia dal lato schiuso
ad uno ad uno; e io temea 'l foco
quinci, e quindi temeva cader giuso.
Lo duca mio dicea: <<Per questo loco
si vuol tenere a li occhi stretto il freno,
pero ch'errar potrebbesi per poco>>.
'Summae Deus clementiae' nel seno
al grande ardore allora udi' cantando,
che di volger mi fe caler non meno;
e vidi spirti per la fiamma andando;
per ch'io guardava a loro e a' miei passi
compartendo la vista a quando a quando.
Appresso il fine ch'a quell' inno fassi,
gridavano alto: 'Virum non cognosco';
indi ricominciavan l'inno bassi.
Finitolo, anco gridavano: <<Al bosco
si tenne Diana, ed Elice caccionne
che di Venere avea sentito il tosco>>.
Indi al cantar tornavano; indi donne
gridavano e mariti che fuor casti
come virtute e matrimonio imponne.
E questo modo credo che lor basti
per tutto il tempo che 'l foco li abbruscia:
con tal cura conviene e con tai pasti
che la piaga da sezzo si ricuscia.
Purgatorio ? Canto XXVI
Mentre che si per l'orlo, uno innanzi altro,
ce n'andavamo, e spesso il buon maestro
diceami: <<Guarda: giovi ch'io ti scaltro>>;
feriami il sole in su l'omero destro,
che gia, raggiando, tutto l'occidente
mutava in bianco aspetto di cilestro;
e io facea con l'ombra piu rovente
parer la fiamma; e pur a tanto indizio
vidi molt' ombre, andando, poner mente.
Questa fu la cagion che diede inizio
loro a parlar di me; e cominciarsi
a dir: <<Colui non par corpo fittizio>>;
poi verso me, quanto potean farsi,
certi si fero, sempre con riguardo
di non uscir dove non fosser arsi.
<<O tu che vai, non per esser piu tardo,
ma forse reverente, a li altri dopo,
rispondi a me che 'n sete e 'n foco ardo.
Ne solo a me la tua risposta e uopo;
che tutti questi n'hanno maggior sete
che d'acqua fredda Indo o Etiopo.
Dinne com' e che fai di te parete
al sol, pur come tu non fossi ancora
di morte intrato dentro da la rete>>.
Si mi parlava un d'essi; e io mi fora
gia manifesto, s'io non fossi atteso
ad altra novita ch'apparve allora;
che per lo mezzo del cammino acceso
venne gente col viso incontro a questa,
la qual mi fece a rimirar sospeso.
Li veggio d'ogne parte farsi presta
ciascun' ombra e basciarsi una con una
sanza restar, contente a brieve festa;
cosi per entro loro schiera bruna
s'ammusa l'una con l'altra formica,
forse a spiar lor via e lor fortuna.
Tosto che parton l'accoglienza amica,
prima che 'l primo passo li trascorra,
sopragridar ciascuna s'affatica:
la nova gente: <<Soddoma e Gomorra>>;
e l'altra: <<Ne la vacca entra Pasife,
perche 'l torello a sua lussuria corra>>.
Poi, come grue ch'a le montagne Rife
volasser parte, e parte inver' l'arene,
queste del gel, quelle del sole schife,
l'una gente sen va, l'altra sen vene;
e tornan, lagrimando, a' primi canti
e al gridar che piu lor si convene;
e raccostansi a me, come davanti,
essi medesmi che m'avean pregato,
attenti ad ascoltar ne' lor sembianti.
Io, che due volte avea visto lor grato,
incominciai: <<O anime sicure
d'aver, quando che sia, di pace stato,
non son rimase acerbe ne mature
le membra mie di la, ma son qui meco
col sangue suo e con le sue giunture.
Quinci su vo per non esser piu cieco;
donna e di sopra che m'acquista grazia,
per che 'l mortal per vostro mondo reco.
Ma se la vostra maggior voglia sazia
tosto divegna, si che 'l ciel v'alberghi
ch'e pien d'amore e piu ampio si spazia,
ditemi, accio ch'ancor carte ne verghi,
chi siete voi, e chi e quella turba
che se ne va di retro a' vostri terghi>>.
Non altrimenti stupido si turba
lo montanaro, e rimirando ammuta,
quando rozzo e salvatico s'inurba,
che ciascun' ombra fece in sua paruta;
ma poi che furon di stupore scarche,
lo qual ne li alti cuor tosto s'attuta,
<<Beato te, che de le nostre marche>>,
ricomincio colei che pria m'inchiese,
<<per morir meglio, esperienza imbarche!
La gente che non vien con noi, offese
di cio per che gia Cesar, triunfando,
"Regina" contra se chiamar s'intese:
pero si parton "Soddoma" gridando,
rimproverando a se com' hai udito,
e aiutan l'arsura vergognando.
Nostro peccato fu ermafrodito;
ma perche non servammo umana legge,
seguendo come bestie l'appetito,
in obbrobrio di noi, per noi si legge,
quando partinci, il nome di colei
che s'imbestio ne le 'mbestiate schegge.
Or sai nostri atti e di che fummo rei:
se forse a nome vuo' saper chi semo,
tempo non e di dire, e non saprei.
Farotti ben di me volere scemo:
son Guido Guinizzelli, e gia mi purgo
per ben dolermi prima ch'a lo stremo>>.
Quali ne la tristizia di Ligurgo
si fer due figli a riveder la madre,
tal mi fec' io, ma non a tanto insurgo,
quand' io odo nomar se stesso il padre
mio e de li altri miei miglior che mai
rime d'amore usar dolci e leggiadre;
e sanza udire e dir pensoso andai
lunga fiata rimirando lui,
ne, per lo foco, in la piu m'appressai.
Poi che di riguardar pasciuto fui,
tutto m'offersi pronto al suo servigio
con l'affermar che fa credere altrui.
Ed elli a me: <<Tu lasci tal vestigio,
per quel ch'i' odo, in me, e tanto chiaro,
che Lete nol puo torre ne far bigio.
Ma se le tue parole or ver giuraro,
dimmi che e cagion per che dimostri
nel dire e nel guardar d'avermi caro>>.
E io a lui: <<Li dolci detti vostri,
che, quanto durera l'uso moderno,
faranno cari ancora i loro incostri>>.