Canto XXIV
<
del
benedetto
Agnello, il qual vi ciba
si, che la vostra voglia e sempre piena,
se per grazia di Dio questi preliba
di quel che cade de la vostra mensa,
prima che morte tempo li prescriba,
ponete mente a l'affezione immensa
e roratelo alquanto: voi bevete
sempre del fonte onde vien quel ch'ei pensa>>.
<
si, che la vostra voglia e sempre piena,
se per grazia di Dio questi preliba
di quel che cade de la vostra mensa,
prima che morte tempo li prescriba,
ponete mente a l'affezione immensa
e roratelo alquanto: voi bevete
sempre del fonte onde vien quel ch'ei pensa>>.
Dante - La Divina Commedia
Quivi e la rosa in che 'l verbo divino
carne si fece; quivi son li gigli
al cui odor si prese il buon cammino>>.
Cosi Beatrice; e io, che a' suoi consigli
tutto era pronto, ancora mi rendei
a la battaglia de' debili cigli.
Come a raggio di sol, che puro mei
per fratta nube, gia prato di fiori
vider, coverti d'ombra, li occhi miei;
vid' io cosi piu turbe di splendori,
folgorate di su da raggi ardenti,
sanza veder principio di folgori.
O benigna vertu che si li 'mprenti,
su t'essaltasti, per largirmi loco
a li occhi li che non t'eran possenti.
Il nome del bel fior ch'io sempre invoco
e mane e sera, tutto mi ristrinse
l'animo ad avvisar lo maggior foco;
e come ambo le luci mi dipinse
il quale e il quanto de la viva stella
che la su vince come qua giu vinse,
per entro il cielo scese una facella,
formata in cerchio a guisa di corona,
e cinsela e girossi intorno ad ella.
Qualunque melodia piu dolce suona
qua giu e piu a se l'anima tira,
parrebbe nube che squarciata tona,
comparata al sonar di quella lira
onde si coronava il bel zaffiro
del quale il ciel piu chiaro s'inzaffira.
<<Io sono amore angelico, che giro
l'alta letizia che spira del ventre
che fu albergo del nostro disiro;
e girerommi, donna del ciel, mentre
che seguirai tuo figlio, e farai dia
piu la spera suprema perche li entre>>.
Cosi la circulata melodia
si sigillava, e tutti li altri lumi
facean sonare il nome di Maria.
Lo real manto di tutti i volumi
del mondo, che piu ferve e piu s'avviva
ne l'alito di Dio e nei costumi,
avea sopra di noi l'interna riva
tanto distante, che la sua parvenza,
la dov' io era, ancor non appariva:
pero non ebber li occhi miei potenza
di seguitar la coronata fiamma
che si levo appresso sua semenza.
E come fantolin che 'nver' la mamma
tende le braccia, poi che 'l latte prese,
per l'animo che 'nfin di fuor s'infiamma;
ciascun di quei candori in su si stese
con la sua cima, si che l'alto affetto
ch'elli avieno a Maria mi fu palese.
Indi rimaser li nel mio cospetto,
'Regina celi' cantando si dolce,
che mai da me non si parti 'l diletto.
Oh quanta e l'uberta che si soffolce
in quelle arche ricchissime che fuoro
a seminar qua giu buone bobolce!
Quivi si vive e gode del tesoro
che s'acquisto piangendo ne lo essilio
di Babillon, ove si lascio l'oro.
Quivi triunfa, sotto l'alto Filio
di Dio e di Maria, di sua vittoria,
e con l'antico e col novo concilio,
colui che tien le chiavi di tal gloria.
Paradiso ?
Canto XXIV
<
si, che la vostra voglia e sempre piena,
se per grazia di Dio questi preliba
di quel che cade de la vostra mensa,
prima che morte tempo li prescriba,
ponete mente a l'affezione immensa
e roratelo alquanto: voi bevete
sempre del fonte onde vien quel ch'ei pensa>>.
Cosi Beatrice; e quelle anime liete
si fero spere sopra fissi poli,
fiammando, a volte, a guisa di comete.
E come cerchi in tempra d'oriuoli
si giran si, che 'l primo a chi pon mente
quieto pare, e l'ultimo che voli;
cosi quelle carole, differente-
mente danzando, de la sua ricchezza
mi facieno stimar, veloci e lente.
Di quella ch'io notai di piu carezza
vid' io uscire un foco si felice,
che nullo vi lascio di piu chiarezza;
e tre fiate intorno di Beatrice
si volse con un canto tanto divo,
che la mia fantasia nol mi ridice.
Pero salta la penna e non lo scrivo:
che l'imagine nostra a cotai pieghe,
non che 'l parlare, e troppo color vivo.
<<O santa suora mia che si ne prieghe
divota, per lo tuo ardente affetto
da quella bella spera mi disleghe>>.
Poscia fermato, il foco benedetto
a la mia donna dirizzo lo spiro,
che favello cosi com' i' ho detto.
Ed ella: <<O luce etterna del gran viro
a cui Nostro Segnor lascio le chiavi,
ch'ei porto giu, di questo gaudio miro,
tenta costui di punti lievi e gravi,
come ti piace, intorno de la fede,
per la qual tu su per lo mare andavi.
S'elli ama bene e bene spera e crede,
non t'e occulto, perche 'l viso hai quivi
dov' ogne cosa dipinta si vede;
ma perche questo regno ha fatto civi
per la verace fede, a gloriarla,
di lei parlare e ben ch'a lui arrivi>>.
Si come il baccialier s'arma e non parla
fin che 'l maestro la question propone,
per approvarla, non per terminarla,
cosi m'armava io d'ogne ragione
mentre ch'ella dicea, per esser presto
a tal querente e a tal professione.
<<Di, buon Cristiano, fatti manifesto:
fede che e? >>. Ond' io levai la fronte
in quella luce onde spirava questo;
poi mi volsi a Beatrice, ed essa pronte
sembianze femmi perch' io spandessi
l'acqua di fuor del mio interno fonte.
<<La Grazia che mi da ch'io mi confessi>>,
comincia' io, <<da l'alto primipilo,
faccia li miei concetti bene espressi>>.
E seguitai: <<Come 'l verace stilo
ne scrisse, padre, del tuo caro frate
che mise teco Roma nel buon filo,
fede e sustanza di cose sperate
e argomento de le non parventi;
e questa pare a me sua quiditate>>.
Allora udi': <<Dirittamente senti,
se bene intendi perche la ripuose
tra le sustanze, e poi tra li argomenti>>.