Di fuor dorate son, si ch'elli abbaglia;
ma dentro tutte piombo, e gravi tanto,
che Federigo le mettea di paglia.
ma dentro tutte piombo, e gravi tanto,
che Federigo le mettea di paglia.
Dante - La Divina Commedia
Volt' era in su la favola d'Isopo
lo mio pensier per la presente rissa,
dov' el parlo de la rana e del topo;
che piu non si pareggia 'mo' e 'issa'
che l'un con l'altro fa, se ben s'accoppia
principio e fine con la mente fissa.
E come l'un pensier de l'altro scoppia,
cosi nacque di quello un altro poi,
che la prima paura mi fe doppia.
Io pensava cosi: 'Questi per noi
sono scherniti con danno e con beffa
si fatta, ch'assai credo che lor noi.
Se l'ira sovra 'l mal voler s'aggueffa,
ei ne verranno dietro piu crudeli
che 'l cane a quella lievre ch'elli acceffa'.
Gia mi sentia tutti arricciar li peli
de la paura e stava in dietro intento,
quand' io dissi: <<Maestro, se non celi
te e me tostamente, i' ho pavento
d'i Malebranche. Noi li avem gia dietro;
io li 'magino si, che gia li sento>>.
E quei: <<S'i' fossi di piombato vetro,
l'imagine di fuor tua non trarrei
piu tosto a me, che quella dentro 'mpetro.
Pur mo venieno i tuo' pensier tra ' miei,
con simile atto e con simile faccia,
si che d'intrambi un sol consiglio fei.
S'elli e che si la destra costa giaccia,
che noi possiam ne l'altra bolgia scendere,
noi fuggirem l'imaginata caccia>>.
Gia non compie di tal consiglio rendere,
ch'io li vidi venir con l'ali tese
non molto lungi, per volerne prendere.
Lo duca mio di subito mi prese,
come la madre ch'al romore e desta
e vede presso a se le fiamme accese,
che prende il figlio e fugge e non s'arresta,
avendo piu di lui che di se cura,
tanto che solo una camiscia vesta;
e giu dal collo de la ripa dura
supin si diede a la pendente roccia,
che l'un de' lati a l'altra bolgia tura.
Non corse mai si tosto acqua per doccia
a volger ruota di molin terragno,
quand' ella piu verso le pale approccia,
come 'l maestro mio per quel vivagno,
portandosene me sovra 'l suo petto,
come suo figlio, non come compagno.
A pena fuoro i pie suoi giunti al letto
del fondo giu, ch'e' furon in sul colle
sovresso noi; ma non li era sospetto:
che l'alta provedenza che lor volle
porre ministri de la fossa quinta,
poder di partirs' indi a tutti tolle.
La giu trovammo una gente dipinta
che giva intorno assai con lenti passi,
piangendo e nel sembiante stanca e vinta.
Elli avean cappe con cappucci bassi
dinanzi a li occhi, fatte de la taglia
che in Clugni per li monaci fassi.
Di fuor dorate son, si ch'elli abbaglia;
ma dentro tutte piombo, e gravi tanto,
che Federigo le mettea di paglia.
Oh in etterno faticoso manto!
Noi ci volgemmo ancor pur a man manca
con loro insieme, intenti al tristo pianto;
ma per lo peso quella gente stanca
venia si pian, che noi eravam nuovi
di compagnia ad ogne mover d'anca.
Per ch'io al duca mio: <<Fa che tu trovi
alcun ch'al fatto o al nome si conosca,
e li occhi, si andando, intorno movi>>.
E un che 'ntese la parola tosca,
di retro a noi grido: <<Tenete i piedi,
voi che correte si per l'aura fosca!
Forse ch'avrai da me quel che tu chiedi>>.
Onde 'l duca si volse e disse: <<Aspetta,
e poi secondo il suo passo procedi>>.
Ristetti, e vidi due mostrar gran fretta
de l'animo, col viso, d'esser meco;
ma tardavali 'l carco e la via stretta.
Quando fuor giunti, assai con l'occhio bieco
mi rimiraron sanza far parola;
poi si volsero in se, e dicean seco:
<<Costui par vivo a l'atto de la gola;
e s'e' son morti, per qual privilegio
vanno scoperti de la grave stola? >>.
Poi disser me: <<O Tosco, ch'al collegio
de l'ipocriti tristi se' venuto,
dir chi tu se' non avere in dispregio>>.
E io a loro: <<I' fui nato e cresciuto
sovra 'l bel fiume d'Arno a la gran villa,
e son col corpo ch'i' ho sempre avuto.
Ma voi chi siete, a cui tanto distilla
quant' i' veggio dolor giu per le guance?
e che pena e in voi che si sfavilla? >>.
E l'un rispuose a me: <<Le cappe rance
son di piombo si grosse, che li pesi
fan cosi cigolar le lor bilance.