Indi venimmo al fine ove si parte
lo secondo giron dal terzo, e dove
si vede di giustizia orribil arte.
lo secondo giron dal terzo, e dove
si vede di giustizia orribil arte.
Dante - La Divina Commedia
>>.
E poi che forse li fallia la lena,
di se e d'un cespuglio fece un groppo.
Di rietro a loro era la selva piena
di nere cagne, bramose e correnti
come veltri ch'uscisser di catena.
In quel che s'appiatto miser li denti,
e quel dilaceraro a brano a brano;
poi sen portar quelle membra dolenti.
Presemi allor la mia scorta per mano,
e menommi al cespuglio che piangea
per le rotture sanguinenti in vano.
<<O Iacopo>>, dicea, <<da Santo Andrea,
che t'e giovato di me fare schermo?
che colpa ho io de la tua vita rea? >>.
Quando 'l maestro fu sovr' esso fermo,
disse: <<Chi fosti, che per tante punte
soffi con sangue doloroso sermo? >>.
Ed elli a noi: <<O anime che giunte
siete a veder lo strazio disonesto
c'ha le mie fronde si da me disgiunte,
raccoglietele al pie del tristo cesto.
I' fui de la citta che nel Batista
muto 'l primo padrone; ond' ei per questo
sempre con l'arte sua la fara trista;
e se non fosse che 'n sul passo d'Arno
rimane ancor di lui alcuna vista,
que' cittadin che poi la rifondarno
sovra 'l cener che d'Attila rimase,
avrebber fatto lavorare indarno.
Io fei gibetto a me de le mie case>>.
Inferno ? Canto XIV
Poi che la carita del natio loco
mi strinse, raunai le fronde sparte
e rende'le a colui, ch'era gia fioco.
Indi venimmo al fine ove si parte
lo secondo giron dal terzo, e dove
si vede di giustizia orribil arte.
A ben manifestar le cose nove,
dico che arrivammo ad una landa
che dal suo letto ogne pianta rimove.
La dolorosa selva l'e ghirlanda
intorno, come 'l fosso tristo ad essa;
quivi fermammo i passi a randa a randa.
Lo spazzo era una rena arida e spessa,
non d'altra foggia fatta che colei
che fu da' pie di Caton gia soppressa.
O vendetta di Dio, quanto tu dei
esser temuta da ciascun che legge
cio che fu manifesto a li occhi mei!
D'anime nude vidi molte gregge
che piangean tutte assai miseramente,
e parea posta lor diversa legge.
Supin giacea in terra alcuna gente,
alcuna si sedea tutta raccolta,
e altra andava continuamente.
Quella che giva 'ntorno era piu molta,
e quella men che giacea al tormento,
ma piu al duolo avea la lingua sciolta.
Sovra tutto 'l sabbion, d'un cader lento,
piovean di foco dilatate falde,
come di neve in alpe sanza vento.
Quali Alessandro in quelle parti calde
d'India vide sopra 'l suo stuolo
fiamme cadere infino a terra salde,
per ch'ei provide a scalpitar lo suolo
con le sue schiere, accio che lo vapore
mei si stingueva mentre ch'era solo:
tale scendeva l'etternale ardore;
onde la rena s'accendea, com' esca
sotto focile, a doppiar lo dolore.
Sanza riposo mai era la tresca
de le misere mani, or quindi or quinci
escotendo da se l'arsura fresca.
I' cominciai: <<Maestro, tu che vinci
tutte le cose, fuor che ' demon duri
ch'a l'intrar de la porta incontra uscinci,
chi e quel grande che non par che curi
lo 'ncendio e giace dispettoso e torto,
si che la pioggia non par che 'l marturi? >>.
E quel medesmo, che si fu accorto
ch'io domandava il mio duca di lui,
grido: <<Qual io fui vivo, tal son morto.
Se Giove stanchi 'l suo fabbro da cui
crucciato prese la folgore aguta
onde l'ultimo di percosso fui;
o s'elli stanchi li altri a muta a muta
in Mongibello a la focina negra,
chiamando "Buon Vulcano, aiuta, aiuta! ",
si com' el fece a la pugna di Flegra,
e me saetti con tutta sua forza:
non ne potrebbe aver vendetta allegra>>.
E poi che forse li fallia la lena,
di se e d'un cespuglio fece un groppo.
Di rietro a loro era la selva piena
di nere cagne, bramose e correnti
come veltri ch'uscisser di catena.
In quel che s'appiatto miser li denti,
e quel dilaceraro a brano a brano;
poi sen portar quelle membra dolenti.
Presemi allor la mia scorta per mano,
e menommi al cespuglio che piangea
per le rotture sanguinenti in vano.
<<O Iacopo>>, dicea, <<da Santo Andrea,
che t'e giovato di me fare schermo?
che colpa ho io de la tua vita rea? >>.
Quando 'l maestro fu sovr' esso fermo,
disse: <<Chi fosti, che per tante punte
soffi con sangue doloroso sermo? >>.
Ed elli a noi: <<O anime che giunte
siete a veder lo strazio disonesto
c'ha le mie fronde si da me disgiunte,
raccoglietele al pie del tristo cesto.
I' fui de la citta che nel Batista
muto 'l primo padrone; ond' ei per questo
sempre con l'arte sua la fara trista;
e se non fosse che 'n sul passo d'Arno
rimane ancor di lui alcuna vista,
que' cittadin che poi la rifondarno
sovra 'l cener che d'Attila rimase,
avrebber fatto lavorare indarno.
Io fei gibetto a me de le mie case>>.
Inferno ? Canto XIV
Poi che la carita del natio loco
mi strinse, raunai le fronde sparte
e rende'le a colui, ch'era gia fioco.
Indi venimmo al fine ove si parte
lo secondo giron dal terzo, e dove
si vede di giustizia orribil arte.
A ben manifestar le cose nove,
dico che arrivammo ad una landa
che dal suo letto ogne pianta rimove.
La dolorosa selva l'e ghirlanda
intorno, come 'l fosso tristo ad essa;
quivi fermammo i passi a randa a randa.
Lo spazzo era una rena arida e spessa,
non d'altra foggia fatta che colei
che fu da' pie di Caton gia soppressa.
O vendetta di Dio, quanto tu dei
esser temuta da ciascun che legge
cio che fu manifesto a li occhi mei!
D'anime nude vidi molte gregge
che piangean tutte assai miseramente,
e parea posta lor diversa legge.
Supin giacea in terra alcuna gente,
alcuna si sedea tutta raccolta,
e altra andava continuamente.
Quella che giva 'ntorno era piu molta,
e quella men che giacea al tormento,
ma piu al duolo avea la lingua sciolta.
Sovra tutto 'l sabbion, d'un cader lento,
piovean di foco dilatate falde,
come di neve in alpe sanza vento.
Quali Alessandro in quelle parti calde
d'India vide sopra 'l suo stuolo
fiamme cadere infino a terra salde,
per ch'ei provide a scalpitar lo suolo
con le sue schiere, accio che lo vapore
mei si stingueva mentre ch'era solo:
tale scendeva l'etternale ardore;
onde la rena s'accendea, com' esca
sotto focile, a doppiar lo dolore.
Sanza riposo mai era la tresca
de le misere mani, or quindi or quinci
escotendo da se l'arsura fresca.
I' cominciai: <<Maestro, tu che vinci
tutte le cose, fuor che ' demon duri
ch'a l'intrar de la porta incontra uscinci,
chi e quel grande che non par che curi
lo 'ncendio e giace dispettoso e torto,
si che la pioggia non par che 'l marturi? >>.
E quel medesmo, che si fu accorto
ch'io domandava il mio duca di lui,
grido: <<Qual io fui vivo, tal son morto.
Se Giove stanchi 'l suo fabbro da cui
crucciato prese la folgore aguta
onde l'ultimo di percosso fui;
o s'elli stanchi li altri a muta a muta
in Mongibello a la focina negra,
chiamando "Buon Vulcano, aiuta, aiuta! ",
si com' el fece a la pugna di Flegra,
e me saetti con tutta sua forza:
non ne potrebbe aver vendetta allegra>>.