La sesta
compagnia
in due si scema:
per altra via mi mena il savio duca,
fuor de la queta, ne l'aura che trema.
per altra via mi mena il savio duca,
fuor de la queta, ne l'aura che trema.
Dante - La Divina Commedia
Pero che ciascun meco si convene
nel nome che sono la voce sola,
fannomi onore, e di cio fanno bene>>.
Cosi vid' i' adunar la bella scola
di quel segnor de l'altissimo canto
che sovra li altri com' aquila vola.
Da ch'ebber ragionato insieme alquanto,
volsersi a me con salutevol cenno,
e 'l mio maestro sorrise di tanto;
e piu d'onore ancora assai mi fenno,
ch'e' si mi fecer de la loro schiera,
si ch'io fui sesto tra cotanto senno.
Cosi andammo infino a la lumera,
parlando cose che 'l tacere e bello,
si com' era 'l parlar cola dov' era.
Venimmo al pie d'un nobile castello,
sette volte cerchiato d'alte mura,
difeso intorno d'un bel fiumicello.
Questo passammo come terra dura;
per sette porte intrai con questi savi:
giugnemmo in prato di fresca verdura.
Genti v'eran con occhi tardi e gravi,
di grande autorita ne' lor sembianti:
parlavan rado, con voci soavi.
Traemmoci cosi da l'un de' canti,
in loco aperto, luminoso e alto,
si che veder si potien tutti quanti.
Cola diritto, sovra 'l verde smalto,
mi fuor mostrati li spiriti magni,
che del vedere in me stesso m'essalto.
I' vidi Eletra con molti compagni,
tra ' quai conobbi Ettor ed Enea,
Cesare armato con li occhi grifagni.
Vidi Cammilla e la Pantasilea;
da l'altra parte vidi 'l re Latino
che con Lavina sua figlia sedea.
Vidi quel Bruto che caccio Tarquino,
Lucrezia, Iulia, Marzia e Corniglia;
e solo, in parte, vidi 'l Saladino.
Poi ch'innalzai un poco piu le ciglia,
vidi 'l maestro di color che sanno
seder tra filosofica famiglia.
Tutti lo miran, tutti onor li fanno:
quivi vid' io Socrate e Platone,
che 'nnanzi a li altri piu presso li stanno;
Democrito che 'l mondo a caso pone,
Diogenes, Anassagora e Tale,
Empedocles, Eraclito e Zenone;
e vidi il buono accoglitor del quale,
Diascoride dico; e vidi Orfeo,
Tulio e Lino e Seneca morale;
Euclide geometra e Tolomeo,
Ipocrate, Avicenna e Galieno,
Averois, che 'l gran comento feo.
Io non posso ritrar di tutti a pieno,
pero che si mi caccia il lungo tema,
che molte volte al fatto il dir vien meno.
La sesta compagnia in due si scema:
per altra via mi mena il savio duca,
fuor de la queta, ne l'aura che trema.
E vegno in parte ove non e che luca.
Inferno ? Canto V
Cosi discesi del cerchio primaio
giu nel secondo, che men loco cinghia
e tanto piu dolor, che punge a guaio.
Stavvi Minos orribilmente, e ringhia:
essamina le colpe ne l'intrata;
giudica e manda secondo ch'avvinghia.
Dico che quando l'anima mal nata
li vien dinanzi, tutta si confessa;
e quel conoscitor de le peccata
vede qual loco d'inferno e da essa;
cignesi con la coda tante volte
quantunque gradi vuol che giu sia messa.
Sempre dinanzi a lui ne stanno molte:
vanno a vicenda ciascuna al giudizio,
dicono e odono e poi son giu volte.
<<O tu che vieni al doloroso ospizio>>,
disse Minos a me quando mi vide,
lasciando l'atto di cotanto offizio,
<<guarda com' entri e di cui tu ti fide;
non t'inganni l'ampiezza de l'intrare! >>.
E 'l duca mio a lui: <<Perche pur gride?
Non impedir lo suo fatale andare:
vuolsi cosi cola dove si puote
cio che si vuole, e piu non dimandare>>.
Or incomincian le dolenti note
a farmisi sentire; or son venuto
la dove molto pianto mi percuote.
Io venni in loco d'ogne luce muto,
che mugghia come fa mar per tempesta,
se da contrari venti e combattuto.
La bufera infernal, che mai non resta,
mena li spirti con la sua rapina;
voltando e percotendo li molesta.
Quando giungon davanti a la ruina,
quivi le strida, il compianto, il lamento;
bestemmian quivi la virtu divina.
Intesi ch'a cosi fatto tormento
enno dannati i peccator carnali,
che la ragion sommettono al talento.