Onde l'altro lebbroso, che m'intese,
rispuose al detto mio: <
che seppe far le
temperate
spese,
e Niccolo che la costuma ricca
del garofano prima discoverse
ne l'orto dove tal seme s'appicca;
e tra'ne la brigata in che disperse
Caccia d'Ascian la vigna e la gran fonda,
e l'Abbagliato suo senno proferse.
rispuose al detto mio: <
e Niccolo che la costuma ricca
del garofano prima discoverse
ne l'orto dove tal seme s'appicca;
e tra'ne la brigata in che disperse
Caccia d'Ascian la vigna e la gran fonda,
e l'Abbagliato suo senno proferse.
Dante - La Divina Commedia
Qual sovra 'l ventre e qual sovra le spalle
l'un de l'altro giacea, e qual carpone
si trasmutava per lo tristo calle.
Passo passo andavam sanza sermone,
guardando e ascoltando li ammalati,
che non potean levar le lor persone.
Io vidi due sedere a se poggiati,
com' a scaldar si poggia tegghia a tegghia,
dal capo al pie di schianze macolati;
e non vidi gia mai menare stregghia
a ragazzo aspettato dal segnorso,
ne a colui che mal volontier vegghia,
come ciascun menava spesso il morso
de l'unghie sopra se per la gran rabbia
del pizzicor, che non ha piu soccorso;
e si traevan giu l'unghie la scabbia,
come coltel di scardova le scaglie
o d'altro pesce che piu larghe l'abbia.
<<O tu che con le dita ti dismaglie>>,
comincio 'l duca mio a l'un di loro,
<<e che fai d'esse talvolta tanaglie,
dinne s'alcun Latino e tra costoro
che son quinc' entro, se l'unghia ti basti
etternalmente a cotesto lavoro>>.
<<Latin siam noi, che tu vedi si guasti
qui ambedue>>, rispuose l'un piangendo;
<<ma tu chi se' che di noi dimandasti? >>.
E 'l duca disse: <<I' son un che discendo
con questo vivo giu di balzo in balzo,
e di mostrar lo 'nferno a lui intendo>>.
Allor si ruppe lo comun rincalzo;
e tremando ciascuno a me si volse
con altri che l'udiron di rimbalzo.
Lo buon maestro a me tutto s'accolse,
dicendo: <<Di a lor cio che tu vuoli>>;
e io incominciai, poscia ch'ei volse:
<<Se la vostra memoria non s'imboli
nel primo mondo da l'umane menti,
ma s'ella viva sotto molti soli,
ditemi chi voi siete e di che genti;
la vostra sconcia e fastidiosa pena
di palesarvi a me non vi spaventi>>.
<<Io fui d'Arezzo, e Albero da Siena>>,
rispuose l'un, <<mi fe mettere al foco;
ma quel per ch'io mori' qui non mi mena.
Vero e ch'i' dissi lui, parlando a gioco:
"I' mi saprei levar per l'aere a volo";
e quei, ch'avea vaghezza e senno poco,
volle ch'i' li mostrassi l'arte; e solo
perch' io nol feci Dedalo, mi fece
ardere a tal che l'avea per figliuolo.
Ma ne l'ultima bolgia de le diece
me per l'alchimia che nel mondo usai
danno Minos, a cui fallar non lece>>.
E io dissi al poeta: <<Or fu gia mai
gente si vana come la sanese?
Certo non la francesca si d'assai! >>.
Onde l'altro lebbroso, che m'intese,
rispuose al detto mio: <
e Niccolo che la costuma ricca
del garofano prima discoverse
ne l'orto dove tal seme s'appicca;
e tra'ne la brigata in che disperse
Caccia d'Ascian la vigna e la gran fonda,
e l'Abbagliato suo senno proferse.
Ma perche sappi chi si ti seconda
contra i Sanesi, aguzza ver' me l'occhio,
si che la faccia mia ben ti risponda:
si vedrai ch'io son l'ombra di Capocchio,
che falsai li metalli con l'alchimia;
e te dee ricordar, se ben t'adocchio,
com' io fui di natura buona scimia>>.
Inferno ? Canto XXX
Nel tempo che Iunone era crucciata
per Semele contra 'l sangue tebano,
come mostro una e altra fiata,
Atamante divenne tanto insano,
che veggendo la moglie con due figli
andar carcata da ciascuna mano,
grido: <<Tendiam le reti, si ch'io pigli
la leonessa e ' leoncini al varco>>;
e poi distese i dispietati artigli,
prendendo l'un ch'avea nome Learco,
e rotollo e percosselo ad un sasso;
e quella s'annego con l'altro carco.
E quando la fortuna volse in basso
l'altezza de' Troian che tutto ardiva,
si che 'nsieme col regno il re fu casso,
Ecuba trista, misera e cattiva,
poscia che vide Polissena morta,
e del suo Polidoro in su la riva
del mar si fu la dolorosa accorta,
forsennata latro si come cane;
tanto il dolor le fe la mente torta.
Ma ne di Tebe furie ne troiane
si vider mai in alcun tanto crude,
non punger bestie, nonche membra umane,
quant' io vidi in due ombre smorte e nude,
che mordendo correvan di quel modo
che 'l porco quando del porcil si schiude.
L'una giunse a Capocchio, e in sul nodo
del collo l'assanno, si che, tirando,
grattar li fece il ventre al fondo sodo.
E l'Aretin che rimase, tremando
mi disse: <<Quel folletto e Gianni Schicchi,
e va rabbioso altrui cosi conciando>>.
<<Oh>>, diss' io lui, <<se l'altro non ti ficchi
li denti a dosso, non ti sia fatica
a dir chi e, pria che di qui si spicchi>>.
Ed elli a me: <<Quell' e l'anima antica
di Mirra scellerata, che divenne
al padre, fuor del dritto amore, amica.
Questa a peccar con esso cosi venne,
falsificando se in altrui forma,
come l'altro che la sen va, sostenne,
per guadagnar la donna de la torma,
falsificare in se Buoso Donati,
testando e dando al testamento norma>>.
E poi che i due rabbiosi fuor passati
sovra cu' io avea l'occhio tenuto,
rivolsilo a guardar li altri mal nati.
Io vidi un, fatto a guisa di leuto,
pur ch'elli avesse avuta l'anguinaia
tronca da l'altro che l'uomo ha forcuto.
La grave idropesi, che si dispaia
le membra con l'omor che mal converte,
che 'l viso non risponde a la ventraia,
faceva lui tener le labbra aperte
come l'etico fa, che per la sete
l'un verso 'l mento e l'altro in su rinverte.
<<O voi che sanz' alcuna pena siete,
e non so io perche, nel mondo gramo>>,
diss' elli a noi, <<guardate e attendete
a la miseria del maestro Adamo;
io ebbi, vivo, assai di quel ch'i' volli,
e ora, lasso! , un gocciol d'acqua bramo.