Gia era in ammirar che si li affama,
per la cagione ancor non manifesta
di lor magrezza e di lor trista squama,
ed ecco del profondo de la testa
volse a me li occhi un'ombra e guardo fiso;
poi grido forte: <
E le Romane antiche, per lor bere,
contente furon d'acqua; e Daniello
dispregio cibo e acquisto savere.
Lo secol primo, quant' oro fu bello,
fe savorose con fame le ghiande,
e nettare con sete ogne ruscello.
Mele e locuste furon le vivande
che nodriro il Batista nel diserto;
per ch'elli e glorioso e tanto grande
quanto per lo Vangelio v'e aperto>>.
Purgatorio ? Canto XXIII
Mentre che li occhi per la fronda verde
ficcava io si come far suole
chi dietro a li uccellin sua vita perde,
lo piu che padre mi dicea: <<Figliuole,
vienne oramai, che 'l tempo che n'e imposto
piu utilmente compartir si vuole>>.
Io volsi 'l viso, e 'l passo non men tosto,
appresso i savi, che parlavan sie,
che l'andar mi facean di nullo costo.
Ed ecco piangere e cantar s'udie
'Labia mea, Domine' per modo
tal, che diletto e doglia parturie.
<<O dolce padre, che e quel ch'i' odo? >>,
comincia' io; ed elli: <<Ombre che vanno
forse di lor dover solvendo il nodo>>.
Si come i peregrin pensosi fanno,
giugnendo per cammin gente non nota,
che si volgono ad essa e non restanno,
cosi di retro a noi, piu tosto mota,
venendo e trapassando ci ammirava
d'anime turba tacita e devota.
Ne li occhi era ciascuna oscura e cava,
palida ne la faccia, e tanto scema
che da l'ossa la pelle s'informava.
Non credo che cosi a buccia strema
Erisittone fosse fatto secco,
per digiunar, quando piu n'ebbe tema.
Io dicea fra me stesso pensando: 'Ecco
la gente che perde Ierusalemme,
quando Maria nel figlio die di becco! '
Parean l'occhiaie anella sanza gemme:
chi nel viso de li uomini legge 'omo'
ben avria quivi conosciuta l'emme.
Chi crederebbe che l'odor d'un pomo
si governasse, generando brama,
e quel d'un'acqua, non sappiendo como?
Gia era in ammirar che si li affama,
per la cagione ancor non manifesta
di lor magrezza e di lor trista squama,
ed ecco del profondo de la testa
volse a me li occhi un'ombra e guardo fiso;
poi grido forte: <
>>.
Mai non l'avrei riconosciuto al viso;
ma ne la voce sua mi fu palese
cio che l'aspetto in se avea conquiso.
Questa favilla tutta mi raccese
mia conoscenza a la cangiata labbia,
e ravvisai la faccia di Forese.
<<Deh, non contendere a l'asciutta scabbia
che mi scolora>>, pregava, <<la pelle,
ne a difetto di carne ch'io abbia;
ma dimmi il ver di te, di chi son quelle
due anime che la ti fanno scorta;
non rimaner che tu non mi favelle! >>.
<<La faccia tua, ch'io lagrimai gia morta,
mi da di pianger mo non minor doglia>>,
rispuos' io lui, <<veggendola si torta.
Pero mi di, per Dio, che si vi sfoglia;
non mi far dir mentr' io mi maraviglio,
che mal puo dir chi e pien d'altra voglia>>.
Ed elli a me: <<De l'etterno consiglio
cade vertu ne l'acqua e ne la pianta
rimasa dietro ond' io si m'assottiglio.
Tutta esta gente che piangendo canta
per seguitar la gola oltra misura,
in fame e 'n sete qui si rifa santa.
Di bere e di mangiar n'accende cura
l'odor ch'esce del pomo e de lo sprazzo
che si distende su per sua verdura.
E non pur una volta, questo spazzo
girando, si rinfresca nostra pena:
io dico pena, e dovria dir sollazzo,
che quella voglia a li alberi ci mena
che meno Cristo lieto a dire 'Eli',
quando ne libero con la sua vena>>.
E io a lui: <<Forese, da quel di
nel qual mutasti mondo a miglior vita,
cinqu' anni non son volti infino a qui.
Se prima fu la possa in te finita
di peccar piu, che sovvenisse l'ora
del buon dolor ch'a Dio ne rimarita,
come se' tu qua su venuto ancora?
Io ti credea trovar la giu di sotto,
dove tempo per tempo si ristora>>.
Ond' elli a me: <<Si tosto m'ha condotto
a ber lo dolce assenzo d'i martiri
la Nella mia con suo pianger dirotto.
per la cagione ancor non manifesta
di lor magrezza e di lor trista squama,
ed ecco del profondo de la testa
volse a me li occhi un'ombra e guardo fiso;
poi grido forte: <
Dante - La Divina Commedia
E le Romane antiche, per lor bere,
contente furon d'acqua; e Daniello
dispregio cibo e acquisto savere.
Lo secol primo, quant' oro fu bello,
fe savorose con fame le ghiande,
e nettare con sete ogne ruscello.
Mele e locuste furon le vivande
che nodriro il Batista nel diserto;
per ch'elli e glorioso e tanto grande
quanto per lo Vangelio v'e aperto>>.
Purgatorio ? Canto XXIII
Mentre che li occhi per la fronda verde
ficcava io si come far suole
chi dietro a li uccellin sua vita perde,
lo piu che padre mi dicea: <<Figliuole,
vienne oramai, che 'l tempo che n'e imposto
piu utilmente compartir si vuole>>.
Io volsi 'l viso, e 'l passo non men tosto,
appresso i savi, che parlavan sie,
che l'andar mi facean di nullo costo.
Ed ecco piangere e cantar s'udie
'Labia mea, Domine' per modo
tal, che diletto e doglia parturie.
<<O dolce padre, che e quel ch'i' odo? >>,
comincia' io; ed elli: <<Ombre che vanno
forse di lor dover solvendo il nodo>>.
Si come i peregrin pensosi fanno,
giugnendo per cammin gente non nota,
che si volgono ad essa e non restanno,
cosi di retro a noi, piu tosto mota,
venendo e trapassando ci ammirava
d'anime turba tacita e devota.
Ne li occhi era ciascuna oscura e cava,
palida ne la faccia, e tanto scema
che da l'ossa la pelle s'informava.
Non credo che cosi a buccia strema
Erisittone fosse fatto secco,
per digiunar, quando piu n'ebbe tema.
Io dicea fra me stesso pensando: 'Ecco
la gente che perde Ierusalemme,
quando Maria nel figlio die di becco! '
Parean l'occhiaie anella sanza gemme:
chi nel viso de li uomini legge 'omo'
ben avria quivi conosciuta l'emme.
Chi crederebbe che l'odor d'un pomo
si governasse, generando brama,
e quel d'un'acqua, non sappiendo como?
Gia era in ammirar che si li affama,
per la cagione ancor non manifesta
di lor magrezza e di lor trista squama,
ed ecco del profondo de la testa
volse a me li occhi un'ombra e guardo fiso;
poi grido forte: <
Mai non l'avrei riconosciuto al viso;
ma ne la voce sua mi fu palese
cio che l'aspetto in se avea conquiso.
Questa favilla tutta mi raccese
mia conoscenza a la cangiata labbia,
e ravvisai la faccia di Forese.
<<Deh, non contendere a l'asciutta scabbia
che mi scolora>>, pregava, <<la pelle,
ne a difetto di carne ch'io abbia;
ma dimmi il ver di te, di chi son quelle
due anime che la ti fanno scorta;
non rimaner che tu non mi favelle! >>.
<<La faccia tua, ch'io lagrimai gia morta,
mi da di pianger mo non minor doglia>>,
rispuos' io lui, <<veggendola si torta.
Pero mi di, per Dio, che si vi sfoglia;
non mi far dir mentr' io mi maraviglio,
che mal puo dir chi e pien d'altra voglia>>.
Ed elli a me: <<De l'etterno consiglio
cade vertu ne l'acqua e ne la pianta
rimasa dietro ond' io si m'assottiglio.
Tutta esta gente che piangendo canta
per seguitar la gola oltra misura,
in fame e 'n sete qui si rifa santa.
Di bere e di mangiar n'accende cura
l'odor ch'esce del pomo e de lo sprazzo
che si distende su per sua verdura.
E non pur una volta, questo spazzo
girando, si rinfresca nostra pena:
io dico pena, e dovria dir sollazzo,
che quella voglia a li alberi ci mena
che meno Cristo lieto a dire 'Eli',
quando ne libero con la sua vena>>.
E io a lui: <<Forese, da quel di
nel qual mutasti mondo a miglior vita,
cinqu' anni non son volti infino a qui.
Se prima fu la possa in te finita
di peccar piu, che sovvenisse l'ora
del buon dolor ch'a Dio ne rimarita,
come se' tu qua su venuto ancora?
Io ti credea trovar la giu di sotto,
dove tempo per tempo si ristora>>.
Ond' elli a me: <<Si tosto m'ha condotto
a ber lo dolce assenzo d'i martiri
la Nella mia con suo pianger dirotto.