",
che saranno in giudicio assai men prope
a lui, che tal che non conosce Cristo;
e tai Cristian dannera l'Etiope,
quando si partiranno i due collegi,
l'uno in etterno ricco e l'altro inope.
che saranno in giudicio assai men prope
a lui, che tal che non conosce Cristo;
e tai Cristian dannera l'Etiope,
quando si partiranno i due collegi,
l'uno in etterno ricco e l'altro inope.
Dante - La Divina Commedia
Lume non e, se non vien dal sereno
che non si turba mai; anzi e tenebra
od ombra de la carne o suo veleno.
Assai t'e mo aperta la latebra
che t'ascondeva la giustizia viva,
di che facei question cotanto crebra;
che tu dicevi: "Un uom nasce a la riva
de l'Indo, e quivi non e chi ragioni
di Cristo ne chi legga ne chi scriva;
e tutti suoi voleri e atti buoni
sono, quanto ragione umana vede,
sanza peccato in vita o in sermoni.
Muore non battezzato e sanza fede:
ov' e questa giustizia che 'l condanna?
ov' e la colpa sua, se ei non crede? ".
Or tu chi se', che vuo' sedere a scranna,
per giudicar di lungi mille miglia
con la veduta corta d'una spanna?
Certo a colui che meco s'assottiglia,
se la Scrittura sovra voi non fosse,
da dubitar sarebbe a maraviglia.
Oh terreni animali! oh menti grosse!
La prima volonta, ch'e da se buona,
da se, ch'e sommo ben, mai non si mosse.
Cotanto e giusto quanto a lei consuona:
nullo creato bene a se la tira,
ma essa, radiando, lui cagiona>>.
Quale sovresso il nido si rigira
poi c'ha pasciuti la cicogna i figli,
e come quel ch'e pasto la rimira;
cotal si fece, e si levai i cigli,
la benedetta imagine, che l'ali
movea sospinte da tanti consigli.
Roteando cantava, e dicea: <<Quali
son le mie note a te, che non le 'ntendi,
tal e il giudicio etterno a voi mortali>>.
Poi si quetaro quei lucenti incendi
de lo Spirito Santo ancor nel segno
che fe i Romani al mondo reverendi,
esso ricomincio: <<A questo regno
non sali mai chi non credette 'n Cristo,
ne pria ne poi ch'el si chiavasse al legno.
Ma vedi: molti gridan "Cristo, Cristo!
",
che saranno in giudicio assai men prope
a lui, che tal che non conosce Cristo;
e tai Cristian dannera l'Etiope,
quando si partiranno i due collegi,
l'uno in etterno ricco e l'altro inope.
Che poran dir li Perse a' vostri regi,
come vedranno quel volume aperto
nel qual si scrivon tutti suoi dispregi?
Li si vedra, tra l'opere d'Alberto,
quella che tosto movera la penna,
per che 'l regno di Praga fia diserto.
Li si vedra il duol che sovra Senna
induce, falseggiando la moneta,
quel che morra di colpo di cotenna.
Li si vedra la superbia ch'asseta,
che fa lo Scotto e l'Inghilese folle,
si che non puo soffrir dentro a sua meta.
Vedrassi la lussuria e 'l viver molle
di quel di Spagna e di quel di Boemme,
che mai valor non conobbe ne volle.
Vedrassi al Ciotto di Ierusalemme
segnata con un i la sua bontate,
quando 'l contrario segnera un emme.
Vedrassi l'avarizia e la viltate
di quei che guarda l'isola del foco,
ove Anchise fini la lunga etate;
e a dare ad intender quanto e poco,
la sua scrittura fian lettere mozze,
che noteranno molto in parvo loco.
E parranno a ciascun l'opere sozze
del barba e del fratel, che tanto egregia
nazione e due corone han fatte bozze.
E quel di Portogallo e di Norvegia
li si conosceranno, e quel di Rascia
che male ha visto il conio di Vinegia.
Oh beata Ungheria, se non si lascia
piu malmenare! e beata Navarra,
se s'armasse del monte che la fascia!
E creder de' ciascun che gia, per arra
di questo, Niccosia e Famagosta
per la lor bestia si lamenti e garra,
che dal fianco de l'altre non si scosta>>.
Paradiso ? Canto XX
Quando colui che tutto 'l mondo alluma
de l'emisperio nostro si discende,
che 'l giorno d'ogne parte si consuma,
lo ciel, che sol di lui prima s'accende,
subitamente si rifa parvente
per molte luci, in che una risplende;
e questo atto del ciel mi venne a mente,
come 'l segno del mondo e de' suoi duci
nel benedetto rostro fu tacente;
pero che tutte quelle vive luci,
vie piu lucendo, cominciaron canti
da mia memoria labili e caduci.
O dolce amor che di riso t'ammanti,
quanto parevi ardente in que' flailli,
ch'avieno spirto sol di pensier santi!