E gia il poeta innanzi mi saliva,
e dicea: <
meridian
dal sole e a la riva
cuopre la notte gia col pie Morrocco>>.
e dicea: <
cuopre la notte gia col pie Morrocco>>.
Dante - La Divina Commedia
Al suon di lei ciascun di noi si torse,
e vedemmo a mancina un gran petrone,
del qual ne io ne ei prima s'accorse.
La ci traemmo; e ivi eran persone
che si stavano a l'ombra dietro al sasso
come l'uom per negghienza a star si pone.
E un di lor, che mi sembiava lasso,
sedeva e abbracciava le ginocchia,
tenendo 'l viso giu tra esse basso.
<<O dolce segnor mio>>, diss' io, <<adocchia
colui che mostra se piu negligente
che se pigrizia fosse sua serocchia>>.
Allor si volse a noi e puose mente,
movendo 'l viso pur su per la coscia,
e disse: <<Or va tu su, che se' valente! >>.
Conobbi allor chi era, e quella angoscia
che m'avacciava un poco ancor la lena,
non m'impedi l'andare a lui; e poscia
ch'a lui fu' giunto, alzo la testa a pena,
dicendo: <<Hai ben veduto come 'l sole
da l'omero sinistro il carro mena? >>.
Li atti suoi pigri e le corte parole
mosser le labbra mie un poco a riso;
poi cominciai: <<Belacqua, a me non dole
di te omai; ma dimmi: perche assiso
quiritto se'? attendi tu iscorta,
o pur lo modo usato t'ha' ripriso? >>.
Ed elli: <<O frate, andar in su che porta?
che non mi lascerebbe ire a' martiri
l'angel di Dio che siede in su la porta.
Prima convien che tanto il ciel m'aggiri
di fuor da essa, quanto fece in vita,
per ch'io 'ndugiai al fine i buon sospiri,
se orazione in prima non m'aita
che surga su di cuor che in grazia viva;
l'altra che val, che 'n ciel non e udita? >>.
E gia il poeta innanzi mi saliva,
e dicea: <
cuopre la notte gia col pie Morrocco>>.
Purgatorio ? Canto V
Io era gia da quell' ombre partito,
e seguitava l'orme del mio duca,
quando di retro a me, drizzando 'l dito,
una grido: <<Ve' che non par che luca
lo raggio da sinistra a quel di sotto,
e come vivo par che si conduca! >>.
Li occhi rivolsi al suon di questo motto,
e vidile guardar per maraviglia
pur me, pur me, e 'l lume ch'era rotto.
<<Perche l'animo tuo tanto s'impiglia>>,
disse 'l maestro, <<che l'andare allenti?
che ti fa cio che quivi si pispiglia?
Vien dietro a me, e lascia dir le genti:
sta come torre ferma, che non crolla
gia mai la cima per soffiar di venti;
che sempre l'omo in cui pensier rampolla
sovra pensier, da se dilunga il segno,
perche la foga l'un de l'altro insolla>>.
Che potea io ridir, se non <<Io vegno>>?
Dissilo, alquanto del color consperso
che fa l'uom di perdon talvolta degno.
E 'ntanto per la costa di traverso
venivan genti innanzi a noi un poco,
cantando 'Miserere' a verso a verso.
Quando s'accorser ch'i' non dava loco
per lo mio corpo al trapassar d'i raggi,
mutar lor canto in un <<oh! >> lungo e roco;
e due di loro, in forma di messaggi,
corsero incontr' a noi e dimandarne:
<<Di vostra condizion fatene saggi>>.
E 'l mio maestro: <<Voi potete andarne
e ritrarre a color che vi mandaro
che 'l corpo di costui e vera carne.
Se per veder la sua ombra restaro,
com' io avviso, assai e lor risposto:
faccianli onore, ed esser puo lor caro>>.
Vapori accesi non vid' io si tosto
di prima notte mai fender sereno,
ne, sol calando, nuvole d'agosto,
che color non tornasser suso in meno;
e, giunti la, con li altri a noi dier volta,
come schiera che scorre sanza freno.